Un’Honda anomala di scomode riflessioni a trentanove anni dall’omicidio di Aldo Moro.

L’Honda anomala è un libro di dialoghi fra universi paralleli.

Da un lato il mondo reale, quello in cui l’ispettore Enrico Rossi racconta all’autore le indagini iniziate quasi per caso nel 2010 che, a partire da una lettera anonima dimenticata su una scrivania degli uffici della DIGOS di Torino, lo condussero a sconcertanti sospetti sul rapimento Moro e, a distanza di oltre trent’anni, a riaprirne le indagini. Indagini rocambolesche e in continua lotta contro superiori inspiegabilmente reticenti a fornire permessi e sostegno, ricerche dagli esiti kafkiani in cui fanno capolino all’improvviso, per poi sparire di nuovo nella nebbia da cui sono venuti, nomi e sigle appartenenti agli angoli più bui e inquietanti della storia italiana: Gladio, BR, Licio Gelli e P2… in una corsa suicida a perdifiato verso un muro di silenzi e verità negate.

Dall’altro un mondo immaginario, in cui uno studente e un professore si incontrano sul terreno dell’Esame di Stato (fu Maturità), ognuno dal suo lato della barricata ma accomunati dalla fervente sete di conoscenza, dalla – per chi crescente e per chi mai sopita – ricerca della verità e dal conclusivo disincanto nei confronti di un mondo che si ostina a disilludere e soffocare i propositi di chi vorrebbe far luce sui tanti omissis della nostra storia.

Filo rosso (è il caso di dirlo) che si dipana lungo l’intero intreccio narrativo, sono le inquietanti e sempre più pressanti domande sulla vera dinamica dell’agguato di via Fani; sulle mani che, in ombre più o meno fitte, tramarono per sbarazzarsi di un politico e di un progetto che mettevano a rischio le mire di troppi e gli interessi dei soliti.

Non un saggio, non un romanzo, non un reportage giornalistico ma un ibrido sapientemente costruito, che paga il suo tributo alla Storia grazie a una rigorosa attinenza a fatti e fonti documentali – la testimonianza diretta dell’Ispettore Rossi che condusse le indagini e i verbali della recente Commissione parlamentare d’inchiesta e dei numerosi processi – e alla Letteratura, grazie all’espediente dello scambio di ricordi e opinioni fra alunno e insegnante, che alleggerisce la narrazione pur continuando a fornire elementi storicamente rilevanti e nuovi spunti e collegamenti originali.

La carica positiva dei personaggi reali e immaginari, unita agli struggenti brani estratti da memoriali e lettere di Aldo Moro e alla scrittura fresca e appassionata dell’autore, bilanciano la narrazione di un avvenimento cupo e angosciante, le cui domande irrisolte si agitano inquiete negli anfratti della nostra coscienza, pulsanti come creature vive e destinate, presto o tardi, a farsi strada fino alla luce.

Fratello olocausto – sul ruolo della Chiesa nell’ispirazione dell’antisemitismo nazista

L’articolo che segue non è stato scritto da me. Mette in luce le inquietanti e sconvolgenti responsabilità della Chiesa che, come verrà dimostrato, non solo fu l’autentica ispiratrice delle teorie antisemite naziste ma collaborò attivamente, mossa dal sacro fuoco dello zelo, allo sterminio degli ebrei. La versione integrale dell’aricolo è leggibile in pdf qui, scorrendo col mouse verso il basso e sul sito personale dell’autore. Buona lettura e buona memoria.

Fratello Olocausto

di Pietro Ratto

 

“.. se questa ebraica razza straniera è lasciata troppo libera di sé, diventa subito persecutrice, vessatrice, tiranna, ladra e devastatrice dei paesi dove si stabilisce. E per ciò fu tante volte perseguitata, vessata, tiranneggiata, rubata e devastata anch’essa dai Popoli esasperati.

Laonde, per impedire che questa razza perseguiti o sia perseguitata, sono necessari i freni sapienti e leggi speciali a sua non meno che nostra difesa e salute.”

 

Quante volte ci siamo imbattuti in discorsi come questi, a proposito della piaga dell’antisemitismo e dell’orrenda politica razziale nazionalsocialista che se ne fece interprete, dall’ascesa al potere di Hitler in poi.

Un pregiudizio granitico, glaciale, che non conosce dubbio o ravvedimento. Che con quella criminale certezza assoluta, così tipica degli ignoranti, stigmatizza un’intera classe, in questo caso un’intera “razza”, scorgendo e denunciando in essa contorni e caratteristiche essenziali di chi, irreparabilmente, opera il male.

Il problema però, questa volta, è un tantino diverso. Perché ad attaccare con questa acredine e questa violenza quegli “ebrei, eterni fanciulloni insolenti, caparbii, sporchi, ladri, bugiardi, ignoranti, seccatori e flagello dei vicini e dei lontani”, manifestando con orgoglio quella “ripugnanza che la civiltà cristiana sempre sentì e sente contro la razza ebrea”, non sono i nazisti, non è Hitler. Questo brano, infatti, è tratto da un articolo di “cronaca contemporanea” presente nel numero 733 de La Civiltà Cattolica, una delle principali riviste divulgative della Chiesa di Roma. L’unica ad esser scrupolosamente esaminata e approvata dalla Santa Sede, che sin dalla sua nascita – datata 9 gennaio 1850, giorno in cui Pio IX decise di affidare ai gesuiti il compito di confezionare un “giornale popolare” in grado di combattere gli “errori moderni” e di difendere la “dottrina cattolica” – sistematicamente ne visiona e corregge ogni bozza prima della definitiva pubblicazione.

Per non parlare della data, di questo articolo, scritto infatti il 22 dicembre 1880 e pubblicato il 1 gennaio 1881. Tanto per intenderci, oltre nove anni prima della nascita di Adolf Hitler.

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Le zucche vuote di Halloween.

A me non piace Halloween. Non è una festa che appartenga alla mia personale tradizione e nemmeno me ne accorgerei, se non fosse per l’eco mediatica e commerciale che si tira dietro. Quest’anno ho voluto intagliare la zucca e truccare le bimbe per farle divertire ma è rimasto un gioco domestico. Non mi piace l’aspetto macabro, a volte decisamente horror, che circonda Halloween e preferisco che le mie bambine, ancora piccole e impressionabili, non ne facciano le spese.
Ciò detto, se della festa non mi frega nulla, trovo invece insopportabili e imbarazzanti le campagne antisatanismo che, dall’inizio di ottobre, ci vengono propinate in tutte le salse da parte dei fanatici cattolici letteralmente terrorizzati da questa ricorrenza e dall’idea che lo dimonio in persona venga adorato dalle nostre innocenti creature, sbraitano che l’Europa ha radici cristiane, che questa festa viene dai quei satanisti massoni degli americani e che andrebbe vietata nelle suole (poi però prova a chiedere che venga tolto il crocifisso e te se magnano).
Col tempo ho imparato che le uniche cose che fanno davvero paura sono l’ignoranza e il fanatismo, che spesso agiscono in coppia, ignare l’una dell’altra (il fanatismo impedisce di vedere l’ignoranza e l’ignoranza di riconoscere il fanatismo) e si autoalimentano in una spirale pericolosa e quasi sempre senza rimedio.
E la guerra dichiarata a questa festività è frutto di ignoranza e fanatismo perchè:
1) non è una festa americana. Sarebbe un’evoluzione di Samhain, festa con cui i celti (popolazione indoeuropea, stanziata nel nord Europa ma che nel periodo di massima espansione giunse a lambire la penisola italica) celebravano la fine dell’estate.
2) non è una festa satanica essendo eredità di una cultura molto antecedente la comparsa del cristianesimo e, di conseguenza, del satanismo. Se non concepisci Satana non puoi certo adorarlo.
3) In epoca successiva si stabilì un certo legame col tema della morte e delle paure in generale, facile indovinarne il motivo: la fine dell’estate prelude all’inizio di un periodo di lenta morte della natura in un ciclo che accomuna tutta la natura, compresa quella dell’uomo. Il bisogno di esorcizzare le paure rendendole visibili e materiali, poterne comprare la benevolenza con delle offerte e il ruolo dei bambini – da sempre collegamento fra il mondo dei vivi e quello dei morti nella loro forma di uomini “non ancora compiuti” – fece il resto.
4) con l’avvento del cristianesimo, con l’atteggiamento tipico della colonizzazione culturale cristiana che sovrapponeva le proprie festività a quelle più antiche riassorbendone in parte tema e significato, venne istituita la festa di Ognissanti e il rito pagano che sopravvisse nel sottostrato culturale prese il nome di Halloween (All Hallow Eve, vigilia di ognissanti)
5) e poi arrivarono gli americani che trasformano tutto in americanate, appunto, e presero quel che restava di questa antica celebrazione legata ai cicli vitali della natura e la trasformarono in un carnevalone un po’ macabro e svuotato di qualunque significato che non fosse commerciale, fino a riportare anche qui, dove la tradizione era nata, questa nuova versione della festività.
Allora, un Dio (solo uno, sempre quello, il Dio cattolico) cui facciamo metter becco nelle leggi dello stato, nella scuola, nei terremoti, in ogni strato della vita civile di questo Paese, può comodamente starsene fuori e godersi Halloween da spettatore perchè niente Dio = niente Satana e siamo tutti contenti.

Immagina – in memoria di Giulio Regeni.

Il mio contributo per il blog Giulio Siamo Noi in memoria di Giulio Regeni.

“Immagina di avere un figlio. Immagina di crescerlo con le ansie e le speranze di ogni genitore; immagina i primi passi, le prime parole, i sorrisi. Immagina la scuola, le gite, le guance arrossate e la febbriciattola serale, i compiti, i castighi e gli incubi notturni da scacciare. Immagina la quotidiana, amorevole fatica di proteggerlo e al tempo stesso sospingerlo fiducioso nel mondo.

Si è fatto uomo, ormai, quel che dovevi fare l’hai fatto. Cammina con le sue gambe, non devi più proteggere ogni suo passo. Tiri un sospiro di sollievo perché hai fatto un buon lavoro, Giulio è un ragazzo serio, sensibile, dal sorriso generoso e dal cuore aperto, palpitante di sete di conoscenza e di verità, che ti rende orgoglioso.

Sei riuscito a tirarlo fuori, quel figlio, dal mazzo di ragazzotti un po’ viziati della generazione degli anni ’80, quelli abituati ad avere tutto fin da subito, quelli un po’ annoiati fin da subito.

Ma lui no, non è così.

Dio, lo sai che ogni genitore pensa lo stesso di suo figlio, ma il tuo Giulio è davvero speciale, uno di quelli che potrebbero cambiarlo il mondo, uno di quelli che non scendono a compromessi, che non stanno in poltrona a lamentarsi che tutto vada male ma che saltano su un aereo e vanno un po’ a vedere cosa si può fare per farle andare meglio, le cose.

E, un giorno, parte davvero.
Se ne va a studiare, prima negli Stati Uniti e poi in Inghilterra, va a cercarla quella verità, a rincorrerla, stanarla, pretenderla. Arrivano i premi, le collaborazioni importanti, il dottorato alla Cambridge University. E quella ricerca, appunto, in Egitto.

In un’epoca in cui si erigono muri e si proteggono nevroticamente i confini, ossessionati dalla paura del diverso e della “minaccia araba”, in cui il Mediterraneo è una tomba per le migliaia di disperati che cercano di attraversarlo, Giulio ci si precipita, in quel mondo, lo attraversa quel mare, andando controcorrente.

L’Egitto risorto dalle sue ceneri dopo la rivolta del 2011, dopo la cacciata di Mubarak, dopo le manifestazioni di piazza che avevano fatto sperare nel vento del cambiamento non è quello che la Primavera Araba aveva promesso di restituire.

Giulio si butta a capofitto, la sua ricerca sui sindacati indipendenti e la loro repressione è pericolosa, dà fastidio. Lui gira per le strade, parla con gli ambulanti, si appassiona. Scrive articoli con uno pseudonimo perché il pericolo è reale, è percepibile, ma non è un motivo sufficiente per farlo desistere. E’ tuo figlio, è lontano ed è in pericolo. Siete in contatto, ovviamente, Non può dirti molto delle sue ricerche ma a te interessa che si sia sistemato bene, che non abbia bisogno di nulla, che si sia integrato un po’, che faccia attenzione. Il 15 gennaio 2016 i suoi occhi scuri, i suoi capelli spettinati, le sue mani, il suo sorriso, la sua camminata, la sua risata, la sua voce, tutto di lui compie 28 anni. Ovviamente vi sentite con una videochiamata, un “tanti auguri a te” che attraversa l’etere, scambio di notizie, raccomandazioni e poi un’altra chiamata il 24 gennaio, due ore di chiacchierata, quelle che piacciono a te, seduto sul divano col suo bel viso che ti sorride dallo schermo del computer e sembra quasi di averlo lì in salotto con te.

Poi il buio.

Scomparso, (rapito), cercato, (torturato), ritrovato, (morto) riconosciuto, pianto, pianto, pianto, pianto….

Era andato alla ricerca di una verità che a pochi interessava, una verità che riguardava gli ultimi, i più vessati di una società al tracollo. Era andato in cerca di diritti e di tutele per giovani come lui, che, dall’altra parte del Mediterraneo, vivevano quotidianamente sul filo del rasoio, col fiato sul collo della repressione politica e ha pagato il prezzo più duro che si possa immaginare. La tortura, la morte e il tentato oblio.

 

Hai immaginato? Ora rilassati, tira un sospiro di sollievo: Giulio, per fortuna non è tuo figlio. O forse lo è? O potrebbe essere, un giorno, proprio questa la storia di tuo figlio?

Forse le mie figlie lo sono, o i miei nipoti adolescenti che si affacciano alla vita.
Forse le migliaia di ragazzi in giro per l’Europa col progetto Erasmus, i cervelli in fuga, gli avventurieri, i migranti. Chiunque superi un confine, invece di costruire un muro, è Giulio.

Era figlio di un paese abituato come pochi altri all’omertà, al segreto di Stato, agli omicidi di Stato. Ma quello stesso paese, adesso, vuole una cosa sola: non importa a chi daremo fastidio, non importa a costo di quali vantaggi economici o commerciali, non importa se faremo la figura dei pazzi, dei complottisti, dei fanatici.

Quel che vogliamo è permettere a Giulio di trovarla, quella verità che era andato a stanare; permettergli di cambiare il mondo (il nostro mondo, la nostra capacità di superare il diabolico “tanto le cose van così” che da troppo tempo inchioda al suolo questo paese) . Quel che vogliamo è Verità.
Per (tutti i) Giulio Regeni.”

Era giovedì 6 ottobre, come oggi, ma di trentatré anni fa.

Mercoledì 5 ottobre, Lei è in ospedale per un controllo, essendo ormai vicina al termine della gravidanza. Dalla visita risulta che io sono pronta per nascere, meglio trattenerla.

Nella notte iniziano le doglie. Se le porta avanti tutta sola fino al mattino, marciando decisa per i corridoi, ingannando il dolore tra una contrazione e l’altra, finchè  la sua ginecologa, attaccando il turno del mattino, la trova che cammina –  un po’ sfinita, a dire il vero – e le chiede cosa ci faccia ancora sola.

“Non ha avvisato suo marito?”

Non l’ha avvisato. Se c’è una caratteristica immutabile di mia madre è il “non sembrarle il caso”.

“Ma questo non è il secondo figlio? Cosa aspetta a chiamarlo?!”. E’ il secondo figlio, sì, anche se Lei non è che una bambina: ventidue anni appena con l’aggravante di un viso da eterna ragazzina e due occhioni blu perennemente esterrefatti. Ma la prima figlia è arrivata così, un po’ rocambolescamente tra l’esame di maturità e i sogni universitari infranti (da qui forse l’espressione tipica di mia sorella col sopracciglio un po’ inarcato come a dire “questo non lo state facendo come andrebbe fatto”), quindi una volta sistematisi han provato a fare le cose come andavano fatte, coi tempi giusti e calcolati, se non altro per far abbassare quel sopracciglio. Solo che mamma non ha ancora chiamato papà e lui rischia di perdersi anche questa, di nascita.

Tanto più che io, di punto in bianco, mollo gli ormeggi e decido che è ora. Me la faccio un po’ sotto ma è inutile star qui a cincischiare, facciamo quel che va fatto e che non se ne parli più. Quindi per un soffio non nasco in ascensore (ho avuto il terrore che nascessi lì, mi sembrava bruttissimo). Invece ci portano in sala parto il resto è un po’ confuso. Solo un ricordo, chiarissimo: l’arrivo di papà, di corsa anche lui. Di corsissima. Mi dice “Tata sono qua. Sono qua, Tata sono qua”. E io non riesco a rispondere. Non ce la faccio. Fa troppo male. Però so che lui è lì e mi tiene la mano. Questa volta non sono sola, siamo in due ad accoglierti. “E’ una bella bambina”. Sono le 8,55. “Tato, tu volevi un maschietto…” sorride, felice. Lo vedo che è felice: “No, Valeria è molto meglio di Andrea”.

Era giovedì 6 ottobre, come oggi. E sono nata io.

(Adesso che ho due figlie, risentire questo racconto assume colori e sensazioni diverse, le comprendo, le “sento”. Riesco a vederla quella ragazzina tutta pancia che cammina ostinata e mi piace immaginarmi in marcia sul solco tracciato da lei trentatré anni fa.)

(Sì ma 3 Kg e 850 gr, dio mio, che mangiavi mentre mi aspettavi, mamma? Com’è che tu sei sempre stata e sei ancora tutt’ossa e io tutta quella morbidezza in eccesso sto ancora cercando di smaltirla adesso?)

 

I bagni per stranieri.

Sono due bambini. Hanno attraversato il Mediterraneo da soli, senza genitori.
E qui, in Italia, altre mamme e altri papà hanno preteso che i loro candidi bambini non venissero mischiati al pericoloso straniero, povero e pulcioso.
Hanno ottenuto bagni separati, per stranieri e italiani, sul solco della gloriosa tradizione dell’apartheid; si sono raccomandati coi loro figli di tenere lontani quei bambini stranieri, gettando il seme della discriminazione, della diffidenza e dell’esclusione. E, per giunta, in un’epoca in cui tanto si lamenta la perdita dei valori e si sottolinea l’importanza di aggrapparci alle “radici cristiane”, tutto ciò accade in una scuola paritaria cattolica, le cui suore sì, hanno accolto senza riserve i due piccoli profughi, ma i cui “clienti” – quei genitori, cioè, che scelgono di mandare i propri figli in una scuola di chiaro e marcato indirizzo religioso – si dimostrano tutt’altro che all’altezza degli insegnamenti del loro Maestro che diceva “Qualunque cosa avete fatto ai più piccoli, lo avete fatto a me” (Mt 25,40) e invitava i discepoli ad agire come il buon Samaritano.
E allora vien da chiedersi se uno Stato alle prese con l’emergenza migranti e la crescente (e ben più preoccupante) emergenza razzismo, non possa usare meglio i suoi soldi. Indirizzandoli su una scuola che sia non più un clientificio dispensatore di saperi minimi e produttore di lavoratori schiavizzabili, ma piuttosto un’autenitca incubatrice di individui consapevoli, che insegni l’apertura, il dialogo, la multuculturalità (che non è appiattimento e annullamento della nostra cultura ma arricchimento, confronto, ampliamento di orizzonti e sensibilità), l’apertura verso l’altro e il diverso, l’amore per la cultura, quella vera, quella che sradica e sgretola dalle fondamenta pregiudizi e razzismo. Magari investirli in questo, i soldi pubblici, invece che in campagne imbarazzanti come quelle del fertility day. Così, prima di assicurarci che i nostri connazionali si riproducano, ci assicuriamo che una volta diventati genitori non insegnino ai loro figli che i bagni per bianchi divisi da quelli per i neri siano cosa buona e giusta.
Amen.
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Lezioni di vita da giugno a settembre.

C’erano una volta Mattia, che non faceva i compiti delle vacanze, e il suo papà che, poverino, aveva solo tre mesi per insegnargli a vivere. Non si sapeva bene come mai ma il resto dell’anno poteva anche schiattare, Mattia.
Per le lezioni di vita siamo aperti da giugno a settembre.

Gli altri nove mesi solo nozioni e cultura che non insegnano a vivere ma sono graziosi orpelli per il cervello di un tredicenne, al pari di pizzi e merletti su una tovaglia. E soprattutto, si sa, interrompere qualunque forma di studio, esercizio e allenamento nelle materie scolastiche ti riporta sui banchi di scuola a settembre fresco come una rosa. Talmente fresco che potresti ripetere l’anno precedente e sarebbe tutto una bellissima sorpresa.
Le lezioni di vita del papà di Mattia sono prese direttamente dai filmetti americani: vita all’aria aperta con bici e campeggio, un po’ di falegnameria, sponsorizzazione (non sanguinate mie retine, ha scritto proprio così) della sua vera passione – l’elettronica, facilmente traducibile in sessioni estreme di PokemonGo – ma, soprattutto, la lezione di vita più importante. L’oculata e attenta azione di discredito degli insegnanti agli occhi di Mattia (e del vastissimo pubblico del web cui ha generosamente elargito le sue perle di saggezza). Insegnanti che, logicamente, non sanno fare il loro lavoro e che appesantiscono la giovane vita di Mattia con “deleteri compiti estivi”, insegnanti che non sono “professionisti”, loro. A differenza di Mattia che, in quanto tale, non si porta il lavoro a casa (chi ha mai visto un professionista portarsi il lavoro a casa? E chi ha mai visto un professionista di 13 anni?). Diversi docenti e psicologi condividono il suo pensiero. Anche gli avvocati, pare. Chissà perché il papà di Mattia ha sentito di dover inserire questa velatissima allusione ad eventuali azioni legali, lo spauracchio di qualunque prof italiano. Perché, si sa, in Italia nessuno si sognerebbe di spiegare a un avvocato, un medico, uno psicologo, un idraulico o un elettricista come fare il proprio lavoro. Ma a un insegnante sì. Siamo tutti un po’ insegnanti. Ma soprattutto siamo genitori sempre più arroganti e supponenti, incapaci di impartire ai nostri figli la prima lezione di vita: prendersi le proprie responsabilità. Aiutarli – “sponsorizzarli”, se proprio dobbiamo – a non venir meno ai propri doveri con facili scorciatoie e giustificazioni di mamma e papà.
Tre mesi all’anno, che poi siam chiusi.